In Argentina, alcuni ricercatori stanno sperimentando un modo insolito per recuperare l’oro disperso nel terreno: usare le piante. La fitomineria non crea metalli preziosi, ma potrebbe offrire un’alternativa meno invasiva alle miniere tradizionali.
Una pianta che assorbe l’oro nascosto nel terreno
L’idea di coltivare una pianta capace di produrre oro puro sembra uscita da un romanzo di fantascienza. In realtà, come spiega il quotidiano economico argentino El Cronista, le piante non creano il metallo: assorbono quello già presente nel suolo, spesso in quantità troppo basse per le tecniche minerarie tradizionali.
Il processo comincia con un terreno che contiene tracce d’oro e una specie vegetale capace di accumularle. In seguito, il metallo viene recuperato. Le radici assorbono l’oro disciolto nell’acqua, che si concentra nei tessuti della pianta, soprattutto nelle foglie e nei fusti. Per facilitare questo processo, i ricercatori aggiungono al suolo un reagente chimico che rende solubili le particelle d’oro legate ai minerali. A quel punto, le radici possono assorbirle insieme all’acqua e ai nutrienti.
Le specie più efficaci: eucalipto e senape indiana
Tra le piante studiate dal ricercatore Chris Anderson figurano l’eucalipto, già impiegato in alcune aree minerarie, e la senape indiana (Brassica juncea), una pianta erbacea imparentata con il cavolo e la colza. Entrambe riescono a tollerare la presenza di metalli pesanti nei propri tessuti.
Una volta assorbito, l’oro si sposta con la linfa e si deposita sotto forma di nanoparticelle. La pianta continua a crescere e il metallo si accumula poco alla volta. Sulle foglie, però, non si vedono pagliuzze dorate: l’oro è presente su scala nanometrica e per recuperarlo servono procedure specifiche.
Come si recupera l’oro dalla pianta?
Quando raggiungono la massima capacità di accumulo, le piante vengono raccolte, essiccate e bruciate in impianti adeguati. Le ceneri, ricche di metalli, vengono poi trattate con tecniche metallurgiche tradizionali per ottenere oro puro. Non si estraggono pepite dai fiori: occorrono grandi quantità di biomassa, coltivata su terreni auriferi. La fitomineralurgia richiede quindi spazio, attrezzature e competenze. Non è un metodo da provare in casa per produrre oro.
Che cos’è la fitomineria e perché interessa all’industria?
La fitomineria, o phytomining, utilizza piante iperaccumulatrici per estrarre metalli presenti in basse concentrazioni o in luoghi difficili da raggiungere con i metodi convenzionali. Può limitare gli scavi, le esplosioni e l’impatto sul paesaggio. Potrebbe inoltre essere applicata a terreni degradati, vecchi siti minerari e depositi di residui, contribuendo alla bonifica e al recupero di risorse.
La ricerca non riguarda soltanto l’oro. Alcune piante vengono studiate per la loro capacità di assorbire platino, palladio e altri metalli strategici, utilizzati nell’elettronica, nei catalizzatori automobilistici e nelle tecnologie avanzate.
Una tecnica complessa, non la promessa di “porre fine alla povertà”
Al di là dei titoli sensazionalistici, la fitomineria non crea ricchezza dal nulla: concentra metalli già presenti nel terreno, spesso in aree interessate da attività estrattive. Per applicarla servono suoli adatti, reagenti che rendano solubili i metalli, operazioni di semina e irrigazione, oltre a impianti per trattare ceneri e biomassa.
La tecnica potrebbe però aiutare le compagnie a gestire gli scarti e i terreni dismessi, trasformandoli in superfici vegetate da cui recuperare parte dei metalli residui.
E in Francia, a che punto è la ricerca sulle piante “minatrici”?
Anche in Francia le piante iperaccumulatrici vengono studiate da anni, soprattutto per la bonifica dei suoli. La fitodepurazione punta a ridurre la contaminazione, mentre il phytomining…